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Un patto tra governo e opposizione

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Vero che il governo provinciale non ha problemi di numeri. Vero che non esistono come a Roma complicazioni di tenuta, di assetti, di bostik, per dirla mutuando il direttore di questo giornale: nessuno rischia poltrone per capirsi.

Vero che il modello classico, quello comunemente conosciuto, prevede che il vincitore governi ed il perdente stia all'opposizione.
Viene però da chiedersi se le ricette, gli antidoti espressi fino ad ora in risposta a questo anomalo e sconosciuto stato di emergenza sanitaria, economica e sociale, mai visto prima in Trentino, siano davvero il meglio di quanto le potenzialità del nostro territorio siano in grado di esprimere. Ritengo ora che la nostra Autonomia sappia e debba guardare al futuro attraverso un colpo d'ala. 
Penso pure che la nostra Autonomia possa non accontentarsi dei numeri d'aula e, anche se non necessitata dalla matematica, sia chiamata a questo scatto di coraggio dalla gravità della crisi: occorre che superi, con grande sforzo personale dei singoli, le alchimie per gettare il cuore oltre l'ostacolo. Poi ci sarà tempo per rifarsi il trucco e tornare alle scaramucce di bottega. Oggi, al fronte, non è il tempo dei ricami e della cura dei riportini, ma del richiamo a tutte, tutte le risorse, con selezione ma senza riserve preventive. Quindi occorre superare questo clima di elementare architettura ordinamentale, che non può essere sufficiente in una fase che normale non è.

Sarebbe un po' come rispondere ad una tragedia sismica senza la Protezione Civile ma con delle semplici tende da campeggio.
Non è sufficiente adottare il vecchio schema di gioco, al cui interno la maggioranza si blinda e la minoranza cannoneggia: è troppo poco, non basta.
Un autorevolissimo Presidente di squadra sosteneva che i due primi investimenti per fare grande un sodalizio sono l'allenatore ed il portiere. Quando l'allenatore/governo e il portiere/opposizione non si trovano nelle oggettive condizioni di operare al meglio, significa che la politica deve con un umile ma sapiente sforzo supplementare intervenire perché le criticità non degenerino in crisi permanenti.

Quanto stiamo vivendo è frutto di un democratico contratto generazionale virtuale violato in seno alla politica trentina, di cui stiamo in maniera plastica registrando le evidenze. Venne meno, in una terra di grande moderazione come la nostra, un passaggio graduale di consegne, elettoralmente superato dalla decisione di una parte significativa di elettorato centrista di optare, era il 2018, per una scelta di cambiamento a traino nazionale. Una fetta decisiva di elettorato moderato e di centro prestò la propria fiducia lì dove una volta mai sarebbe confluita. 

Questa legittima svolta compiuta, a ottobre di due anni fa, dall'elettorato moderato trentino di cambiamento "rinforzato", escluse per la prima volta il centro dal governo provinciale e si scontrò subito con la realtà. La realtà di una nuova classe politica chiamata nelle 48 ore a passare dalle parole ai fatti, dal gazebo al governo, dalla contestazione alla mediazione, dalla critica all'ascolto, dallo scontro alla conciliazione, in sintesi dall'opposizione al governo. Vaia subito e pandemia poi costrinsero il roboante, arrabbiato scoutismo fideistico a passare dalla propaganda al comando, dal neopatentato alla guida della Ferrari, dalla caricatura della spada sguainata di Legnano ad un Trentino da rialzare.
In Consiglio provinciale oggi le condizioni rendono improcrastinabile, difficile ma non impossibile - esistendo comunque al suo interno valide risorse - la perforazione di questo stato di auto isolamento in cui maggioranza e minoranza vivono sostanzialmente da separati in casa la gestione della crisi.

Abbiamo, in questo senso paradossalmente complementari, a destra una corazzata in ordine militare che obbedisce e non dibatte; dall'altra una minoranza asettica rispetto alla maggioranza, frammentata e con al suo interno subframmentati dibattiti tra loro impermeabili. Dunque due evidenze frontali: quella dell'uomo solo al comando, contrapposta alla minoranza fuori causa. Si tratta di una strozzatura non irrilevante. Può il nostro impianto autonomistico permettersi il lusso di una immediata implosione silenziosa, con deflagrazione da qui a qualche anno a causa di superbie, ritrosie, o anche solo diffidenze preventive? La risposta sta già nella domanda.
L'architettura politica offre ampi margini all'originalità, pescando il meglio all'interno del Consiglio provinciale, e con il supporto di ampie eccellenze già presenti nei mondi esterni predisporre un condiviso piano d'intervento. Tra queste due forze, quella di governo e quella di minoranza, va almeno tentata la previsione di un diaframma operativo di interposizione politica, un cuscinetto dialogico che consenta loro, pur nella evidente alterità e chiara assenza di affinità, di schierare le avanguardie migliori con pochi e chiari punti condivisi da sostenere e declinare. Matrimonio di interesse o convivenza di interesse poco importa, quando in ballo sta una tenuta coesa della nostra Terra, il suo benessere umano, sociale, economico nel suo complesso. Il compromesso qui è un obbligo etico ancor prima che politico.
Di contro, ipotizzare, in queste condizioni, una egoistica autosufficienza da galleggiamento, "il sugherismo", quale risposta alla crisi, vorrebbe dire confondere la guerra pandemica con un'influenza stagionale di gruppo: sarebbe un atto di superbia politica che non possiamo permetterci. Di più, risulterebbe semplicemente suicidiario immaginare un governo provinciale imbullonato, tra tentazioni di originalità isolazioniste rispetto a Roma da una parte, e ordinarietà governativa dall'altra.
Obbiettivo primo è recuperare il carburante politico che attivi il fascino per una ripresa possibile, che inneschi una speranza, la stessa che permise alla nostra Comunità nel dopoguerra di rimboccarsi le maniche trasformando nei decenni successivi la nostra terra in territorio foriero di un benessere diffuso.
Alimentare la speranza significa recuperare alla politica le risorse migliori sul piano partitico, sociale, sindacale, imprenditoriale, pubblico e privato, le quali occorre si incontrino. Devono aprire ad un patto di coesione sociale che attraverso le nostre prerogative autonomistiche osino, pure con coraggiose aperture generazionali, non azioni azzardate ma coraggiose, di tamponamento della crisi prima, e di rilancio poi. Con la consapevolezza e l'obbligo morale a ricercare il meglio anche se il meglio veste altri colori sociali, o comporta indesiderate contrazioni di consenso. L'alternativa più probabile, l'infarto del nostro sistema autonomistico, non gioverebbe a nessuno, comportando la concreta eventualità di una soccombenza a questo punto non più singola ma collettiva.

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