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La carta Draghi prima del baratro

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L' incarico affidato a Mario Draghi non coincide con una crisi di governo ma di sistema. Qualcosa già successo nel 1993 e nel 2011, ma che ora si ripresenta come una "tempesta perfetta". Infatti, alla crisi politica ed economica si aggiunge una pandemia senza precedenti.

Una situazione drammatica dove la natura sembra vendicarsi dell'egoismo degli uomini e la politica ribellarsi all'incapacità dei politici.
Sono venuti al pettine, tutti e tutti insieme, i nodi irrisolti della mancata transizione del 1993 quando, anziché consentire l'uscita da "Tangentopoli" con una graduale rigenerazione dei partiti e delle istituzioni, si preferì fare tabula rasa dell'esistente, nell'illusione che la voragine aperta nel sistema politico potesse riempirsi automaticamente e virtuosamente, come per magia.

Si è invece aperto un processo involutivo arrivato adesso alla fase finale. Da allora, infatti, la distanza con i grandi paesi europei è aumentata inesorabilmente e ogni indicatore economico e sociale è peggiorato anno dopo anno. Il nostro paese è quello che ha perso più competitività tra i paesi sviluppati. Perdita di competitività e crescita anemica hanno provocato un impoverimento generale e senza paragoni, tant'è che il cittadino italiano medio è pagato (in termini reali) più o meno come nel 1997.
Sono peggiorati i servizi (dalla scuola, alla sanità, ai trasporti) fino a farci diventare uno dei paesi più ignoranti e meno equi d'Europa, in particolare per i giovani e per le donne. E anche le ultime difese rimaste, risparmio e patrimonio, sono destinate a crollare se non riprenderà la crescita economica.Tutto ciò è stato favorito dalla mancata riforma delle istituzioni parlamentari, dei partiti, delle leggi elettorali accentuando l'inefficienza del processo legislativo e la progressiva dequalificazione della stessa figura del "politico", innescando una sorta di selezione alla rovescia che ha coinvolto anche ampi settori delle altre classi dirigenti del paese.

Il Parlamento uscito dalle elezioni del 2018 è il risultato di questo processo trentennale. Unico caso dove alla componente sovranista (presente con più o meno forza in tutta Europa) si è aggiunto il populismo "grillino", prodotto tipico solo italiano. Da qui, i governi "giallo-verde" e "giallo-rosso" entrambi diversamente fallimentari. Il primo, follemente anti-europeista con decisioni economiche sciagurate (quota 100 e reddito di cittadinanza) il secondo, pur saldamente ancorato all'Europa, ma incapace di porre riparo ai guasti fatti dal precedente governo. Ai quali, anzi, ne ha aggiunto degli altri (Ilva, Alitalia, gestione della revoca della concessione a Autostrade, ecc).
Eppure, quest'ultimo era favorito dalla nuova solidarietà europea, con la condivisione del costo dei danni provocati dal Covid 19. Una svolta nata dalla volontà convergente di Germania e Francia, preoccupate da un crollo dell'Italia che creerebbe seri problemi anche a loro.
Anche su questo, però, il governo Conte si è dimostrato totalmente incapace, riuscendo ad elaborare solo un "Recovery Plan" striminzito e generico, dopo mesi di parate mediatiche, di "Stati generali " inconsistenti, di fantomatiche "interlocuzioni". E, su questo, si è consumata la sua fine. In un tripudio di incoerenze e trasformismi che hanno segnato tutto il corso di questa legislatura.

Mario Draghi, in questo quadro, è l'ultima possibilità per evitare il baratro. Sia per le capacità che per il prestigio talmente grande da rappresentare una polizza di assicurazione per il nostro paese in tutto il mondo.
È improbabile quindi che l'appello del Presidente Mattarella per un "governo di alto profilo che non debba identificarsi con alcuna formula politica" venga respinto. Se ciò accadesse, infatti, nello spazio di 24 ore l'Italia diventerebbe il Paria d'Europa. Ma, anche in caso di riuscita, ci sono due modi per utilizzare questa possibilità. Uno è quello di coprirsi dietro lo scudo di Draghi per continuare la guerriglia pseudo-ideologica, demagogica e vuota che ha caratterizzato gli ultimi anni. L'altro, è quello di supportare, senza furbizie e senza riserve, l'azione di Draghi a partire dalle due emergenze:per le tre emergenze: un piano vaccinale per superare la pandemia, un "Recovery Plan" in grado di rimettere in moto l'economia. Cercando, nel frattempo, di ricostruire condizioni culturali ed istituzionali per una competizione politica più civile e costruttiva.

Da questa crisi, infatti, anche le attuali forze politiche usciranno profondamente modificate. Con un ulteriore peggioramento, come dopo il 1993 e il 2011, se continuerà la coazione a ripetere, con un assetto politico rinnovato se sapranno invece cogliere l'occasione. Difficile che ciò possa accadere se la Lega non si trasformerà in destra europea e se il PD non supererà la subalternità a "Giuseppi" e ai 5Stelle. Per questo è importante che cresca, con Azione, +Europa e i tanti riformisti dispersi, un polo liberal-democratico e liberal-socialista capace di favorire questa necessaria evoluzione.

Mario Raffaelli

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